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Realism and Drama

 

Alcuni dei racconti contenuti all’interno dell’Antologia “Cento Ali di Libellula” di Elvira Apone e Olga Merli 

UNA NOTTE D’AGOSTO – STORIA DI EVA

In “Una notte d’agosto – Storia di Eva” si ripercorrono i sentieri tortuosi che hanno contrassegnato l’esistenza della protagonista, Eva. La sua storia  è una storia vera.  E’ la storia, principalmente,  di una donna, del suo dolore, dei suoi silenzi; è il racconto di una  vita vissuta in salita, tra enormi sacrifici e la spirale impietosa di un destino amaro. E’ la storia di una  lavoratrice instancabile che ha sfidato le regole ed il costume degli anni in cui ha vissuto.  Che non si è piegata  ai dettami di  una tradizione che precludeva alla donna il diritto fondamentale alla  propria dignità. E’ il racconto aspro e reale della miseria etica e  materiale che ha accompagnato molte donne, meno fortunate.  E’ la narrazione cruda di una grande volontà di riscatto e di immenso spirito di sacrificio. In “Una notte d’agosto- Storia di Eva” sarete accompagnati all’interno dei frammenti della sua vita  per conoscerla  attraverso l’essenza del suo carattere indurito dalle avversità della vita. Una donna che è riuscita, nonostante la discriminazione bruciante sulla sua pelle, le difficoltà e la sofferenza, a dare un futuro ai suoi figli. Da sola. All’inizio degli anni cinquanta.

“Una notte d’agosto-Storia di Eva” è stato premiato al Concorso Letterario Nazionale “Lea Garofalo- Donne sopra le righe” ed. 2015.

 MARCELLA – UNA SPIGA DI GRANO

Un’altra storia vera. Un altro calvario personale che si snoda tra l’indifferenza collettiva. Il coraggio e l’audacia della protagonista traspare nelle pagine di questo racconto a tinte forti.  Una donna, Marcella, che combatte giorno dopo giorno contro le avversità di un destino crudele. Povertà, follia, tradimenti, si intrecciano in questa storia supportata, però,  da un riscatto individuale che la porterà ad uscire con sofferenza e dignità da una condizione sociale che le aveva imposto il silenzio e l’accettazione. Un ritratto quanto mai reale scolpito tra le pagine di questo racconto, ripreso dall’occhio implacabile della mente che, quasi fosse la lente tondeggiante di una videocamera, si espande attraverso l’apertura irregolare e frastagliata della memoria. L’Agro Romano alla fine degli anni quaranta, con le diradate colline dai dolci pendii in lontananza e l’ imponenza delle chiome dei pini secolari,  saranno  la cornice vivida e pulsante dell’origine di questa storia realmente accaduta. E rappresenteranno il sipario che dividerà in due l’esistenza della protagonista. La sua fanciullezza addolcita dagli odori della campagna al tramonto e  dagli intrecci dei salici che sostenevano i vigneti si dovranno, per puntiglio del destino, contrapporre alle spire concentriche e soffocanti della malattia mentale, di un nucleo familiare pericolosamente in bilico, della solitudine ghettizzante di una società incapace di condividere né di sostenere. In “Rosso Grano”si articolerà, però, anche il lungo e faticoso percorso di riscatto che la protagonista dovrà affrontare senza perdere mai il sorriso.

ROXANA – L’AQUILA A DUE TESTE

La mano robusta dal vistoso anello, tira a  sé un lembo della coperta, lasciando scoperto il corpo addormentato di un bambino dai capelli scuri, di circa tre anni. Lo prende in braccio e attraversa la stanza, dirigendosi verso il corridoio che conduce al portone di ingresso. Roxana lo segue, tenendo tra le braccia l’altro bambino.

Si affrettano a salire sull’auto di grossa cilindrata. Il rombo del motore spezza il silenzio di quella fredda mattina d’inverno. Gli alberi rinsecchiti sfilano veloci ai bordi delle strade mentre l’asfalto lucido di rugiada corre rapido, sfidando l’attrito delle gomme. Poi, all’improvviso, la loro corsa si interrompe dinanzi all’alto muro di cinta di un vecchio palazzo dalle finestre simmetriche che come  occhi spalancati sembrano osservare ciò che accade oltre quello steccato di mattoni…

Poche righe tratteggiano i contorni foschi e velati di ambiguità dello sfondo che accompagna le pagine del racconto “Roxana – L’aquila a due teste” . Un dramma interiore che segnerà drasticamente e per sempre la vita della protagonista Roxana e che influenzerà le sorti di altre esistenze indissolubilmente legate alla sua ed un finale inaspettato che potrebbe sanare, almeno in parte, le amare conseguenze degli errori e delle scelte passate.

I CAPELLI DELLE SIRENE

Nel racconto “I capelli delle sirene” si sintetizzano i contorni ambigui e talvolta sfuggenti di una condizione  che,  ultimamente e in maniera, spesso, inaspettata,  invade la quotidianità di molte protagoniste della vita reale. Donne che, all’improvviso,  si trovano inghiottite nella spirale drammatica della diagnosi di sospetto Spettro Autistico nei loro figli ancora piccolissimi. Il racconto, non privo di flashback, si concentra sulla fotosintesi psicologica dello scambio vitale tra madre e figlio attraverso il liquido amniotico che è stato, volutamente, sostituito con la fluidità  sprigionata dalla rappresentazione potente della diade Mare – Vita e Mare – Morte, intesa come dolore ancestrale raffigurato dalle sfumature dell’incomunicabilità  che si consuma nei rapporti con i bambini affetti da tale sindrome. Si è cercato di sfruttare un gioco di antitesi nell’accennata individualità dei personaggi del racconto. Il mare fotografato nel suo elemento acquatico, naturale  e, nello stesso tempo, indagato a livello inconscio, portatore di vita, di speranza; contemporaneamente, però, plausibile minaccia all’ integrità fisica e specificatamente nel racconto, legato all’apparente irrazionalità di una paura ancestrale, quella del bambino, protocollo fobico ricorrente nelle patologie dello Spettro Autistico, in una contrapposizione profonda tra la figura del nonno intrisa di salsedine e  mare e il rifiuto del nipote verso quell’elemento sconosciuto e vissuto come ostile. La protagonista tenta di mediare le due realtà: quella da cui proviene, rassicurante, dove il mare ha rappresentato un percorso importante di vita per il suo ambiente familiare e quella in cui si trova catapultata, sconosciuta e minacciosa, in cui tenta di approcciarsi all’incognita del futuro, ripescando nel bagaglio rasserenante della sua fanciullezza, tra i vicoli di una “Marina” cristallizzata nella memoria , in cui il mare si umanizza, con la sua voce, i profumi, gli umori imprevedibili in una sorta di dissolvenza incrociata con la figura del nonno, sintetizzato in esso e con  quel passato che odora di sale.

SECONDA SEZIONE

LABIRINTI

In “Labirinti” si snoda un percorso a ritroso nella spirale oscura della coscienza, tra i segnali che la barriera del conscio filtra, portandone alla luce soltanto i riflessi. Un sentiero che si inerpica tra i fianchi sinuosi della montagna, del reale, fino a raggiungere i meandri più nascosti della mente. Come il corpo sinuoso di un serpente, l’inconscio attraversa lo sbarramento della pelle e si racconta, percorrendo un labirinto difficile da decifrare. Anche  in questo racconto, si ritrovano gli elementi cari all’autrice: l’Immagine Sogno  si riflette nello specchio deformante del vissuto, carico di contenuti emozionali repressi, criptici, inseguiti a volte dalla protagonista oppure rifiutati. Un viaggio illuminante in contrapposizione con l’oscurità di certi contenuti mentali difficili da decriptare.

Il Racconto “Labirinti” è stato premiato all’interno del “Laboratorio di Semiotica del Linguaggio del Cinema – Dimensione Archè” ed. 2007

 

COBALTO

In “Cobalto”,  liberamente ispirato ad una storia vera, in bilico tra l’immaginario collettivo delle leggende metropolitane e l’ambientazione reale della marineria locale, sono stati  tratteggiati  i contorni della protagonista al femminile di una storia realmente accaduta, delineando il perimetro di una figura apparentemente fragile ma intrinsecamente forte. Forte nel legame che la collega e la trattiene alla vita, alla vita oltre la morte, attraverso   le congiunture di un concetto di  maternità portato al limite, sullo sfondo del mare, dominatore e selvaggio, crudele e, allo stesso tempo, dispensatore di vita.

Il mare che non rappresenta la cornice di questo racconto ma tenta di racchiuderne  l’essenza stessa. Il dolore che si concentra nella fluida consistenza dello scorrere inesorabile della vita, attinge dall’inchiostro vitale della sofferenza, della perdita e dell’attesa, alle quali nessuno può sottrarsi.

Così come l’incedere ritmico delle onde sulla riva, naturalmente, il destino intreccia i fili, talvolta, incomprensibili dell’esistenza; legami  atavici che esitano a spezzarsi, nonostante le insidie  della sorte e che continuano ad alimentarsi, ad esistere,  oltrepassando la barriera angosciosa della morte e   l’ isolamento prodotto dal  comune sentire.

In “ Cobalto” si scorge un passato che tenta di sopravvivere attraverso gli scorci di una società che ancora oggi resiste, racchiudendo un’elite, quella dei pescatori, e il loro mondo assolutamente impenetrabile ai profani con le sue regole, le consuetudini, il pathos che da decenni si ripete, si tramanda.

Visioni, talvolta vestite di esotico panneggio , arricchite dai colori fluenti che vivono nei resoconti dettagliati dei marinai, delle loro avventure, nelle rughe evocanti una drammaticità plastica scolpita nei loro volti, nella durezza della loro quotidianità lavorativa.

Cobalto” racconta i vicoli e le strade, la breccia sostituita dall’asfalto del tempo che passa, racchiude un’ampia angolazione che si traduce nella brezza marina che profuma gli usci delle porte fino alla collina verdeggiante che sovrasta la massa liquida del mare. Quella collina che ha rappresentato la salvezza dalle bestialità della guerra che in “Cobalto” è ricordata sotto forma di flashback da uno dei protagonisti.